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La retinopatia diabetica in Africa

Il diabete in Africa

L’Africa sta affrontando in questi anni un aumento non indifferente nel numero di casi di diabete. Tra i fattori che influenzano questa tendenza troviamo l’urbanizzazione, il cambio di stile di vita, un dieta non completa, il fumo, fattori ambientali e l’invecchiamento. Non a caso gli studi parlano di una vera e propria “epidemia” che sta coinvolgendo un po’ tutto il mondo.

Un nemico sempre più forte

Secondo l’International Diabetes Federation si stima che in Africa vi siano 19 milioni di adulti con il diabete. Questo dato è destinato ad aumentare a 47 milioni per il 2045. Inoltre l’Africa è l’area con più adulti diabetici non diagnosticati al mondo, che ammontano al 60%. Sempre l’International Diabetes Federation ha calcolato che nel 2019 i sistemi sanitari nazionali africani hanno speso meno dell’1% (9,5 miliardi) della spesa mondiale per il diabete.

Il diabete se non tenuto sotto controllo può causare molti problemi, tra cui la disabilità visiva. Ad esso è associata la retinopatia diabetica, una malattia progressiva che colpisce la retina e i suoi vasi sanguigni.

Alte percentuali, ma pochi dati

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È difficile reperire dati complessivi sulla retinopatia diabetica in Africa. Esistono degli studi solo in determinati paesi, come il Malawi, il Sudafrica e le Mauritius, o determinati ospedali localizzati in un’area urbana.

Bisogna purtroppo basarsi su dati parziali, che però riescono a darci un quadro della situazione. Per esempio, in uno studio condotto in Malawi nel 2013 si è registrata un’alta prevalenza di casi di retinopatia diabetica, circa 6 volte di più dei dati europei di quegli anni.

Dei 357 pazienti diabetici esaminati nel corso di 24 mesi, circa il 50% aveva la retinopatia diabetica, di cui il 30% dei casi poteva compromettere seriamente la vista e il 7,3% era proliferante.

Lo screening 

Le diagnosi precoci di diabete sono il metodo più efficace per prevenire la retinopatia diabetica e tenerla sotto controllo. Ci sono state campagne di screening per diagnosticare la retinopatia diabetica nei pazienti africani, anche se non sistematiche e un po’ sparpagliate.

Ad esempio, in Sudafrica l’iniziativa è stata presa da ospedali locali o tramite il supporto di enti privati o fondi. In Tanzania si è tentato di tenere un registro di pazienti diabetici conosciuti, compito risultato estremamente difficile per via delle condizioni precarie in cui versano i sistemi sanitari e le strutture.

La difficoltà di tenersi controllati

Inoltre, i pazienti tendono a presentarsi tardi, quando ormai il diabete ha già fatto troppi danni. Questo perché vi è una scarsa cultura per quanto riguarda l’importanza di tenersi controllati per tenere sotto controllo questa malattia, oltre che una difficoltà (anche economica) di raggiungere i centri ospedalieri o il primo oculista disponibile.

Ci sono stati dei tentativi nell’utilizzo della teleoftalmologia in Africa, ma rimaneva la difficoltà di consegnare successivamente i risultati dal paziente. Altri programmi di screening che prevedevano la diagnosi immediata richiedevano anche un training specifico per gli addetti ai lavori, che risultava difficile in ambienti dove ci sono poche risorse, sia economiche che umane e che non potevano assicurare un lavoro continuo.

Tante difficoltà

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha individuato le principali barriere che impediscono ai pazienti africani di avere un trattamento adeguato contro il diabete e la retinopatia diabetica.

Le risorse sono molto scarse. Le strutture ospedaliere e il personale non sono spesso adeguati. Ci sono pochi oftalmologi in Africa rispetto alla popolazione e questo gioca un ruolo fondamentale nella scarsità nella risposta contro la retinopatia diabetica. Anche i sistemi sanitari nazionali e i programmi governativi non supportano uno screening sistematico e vi è scarsissimo accesso a quelle tecnologie che sarebbero necessarie per un’opportuna diagnosi, come l’angiografia o l’OCT

Le terapie

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Come per l’AMD, anche la retinopatia diabetica è tenuta sotto controllo con le iniezioni intravitreali di anti-VEGF o la fotocoagulazione laser

Entrambi i metodi sono difficili da diffondere in un continente come l’Africa a causa delle condizioni socioeconomiche e della mancanza di risorse.

La fotocoagulazione laser richiede macchinari che prevedono un ingente investimento iniziale che spesso i sistemi sanitari nazionali non possono permettersi. Per quanto riguarda le iniezioni intravitreali di anti-VEGF, queste non possono essere fatte al di fuori delle strutture ospedaliere, oltre a comportare un costo per l’acquisto del farmaco.

Una strada in salita

Molte persone in Africa abitano in zone rurali con lunghi giorni di viaggio dal primo centro urbano con un ospedale. Non è detto poi che quell’ospedale abbia un oculista o gente qualificata a trattare un caso così delicato, oltre che i macchinari diagnostici adatti.

Il miglioramento dei servizi per i pazienti diabetici è una delle priorità in Africa, dai programmi di screening ai percorsi terapeutici. Questo comporta un cambiamento molto importante da parte dei governi nazionali e dei loro investimenti nei sistemi nazionali, un cambiamento che spesso è difficile da raggiungere. 

Più ricerca, più sforzi globali

L’Africa ha inoltre bisogno di più ricerca sull’epidemiologia della retinopatia diabetica. La scarsità di studi è un ostacolo che può essere anch’esso superato con investimenti e strategia. Inoltre, un rafforzamento della figura dell’oftalmologo in Africa comporterebbe anche la possibilità di modellare sulle esigenze sociali e geografiche delle strategie efficaci, prendendole anche da altre realtà del mondo.

È più facile a dirsi che a farsi, ma un programma come Vision2020 ha dimostrato in questi anni come la collaborazione e lo scambio di buone pratiche tra specialisti di tutto il mondo può veramente fare la differenza per le aree più sfortunate come il continente africano.